Recensione Gentile: Non essere cattivo

Qual è la funzione del cinema? Molti si domandano da sempre quale sia la perfetta relazione tra cinema e pubblico. E forse è proprio questa la domanda che ci si pone dopo aver guardato “Non essere cattivo” di Claudio Caligari. Poniamo che questo interrogativo si rifletta sul pubblico cinematografico, intendiamo tutto questo come un esperimento sociale a cui tutti possono rispondere per fornirne una soluzione. Questo è il film giusto per incominciare ad abbozzarne una risposta. L’immediatezza del cinema, delle sue immagini, delle sue cronache e dei suoi fatti è pienamente presente nella proiezione filmica messa in atto da Caligari e straordinariamente interpretata da Luca Marinelli e Alessandro Borghi. Sotto una luce parzialmente soffusa si coglie un messaggio ambivalente del compianto Regista, appeso ad un filo sottilissimo ed oscillante tra un atto espiatorio o forse non dei personaggi, ma soprattutto dello spettatore. Certamente dopo aver visto “Non essere cattivo” non ci rimangono chiari indizi purificatori come nel caso dei film dei Dardenne, ma nemmeno “punitivi”, come in Au Hasard Baltazhar di Robert Bresson. Caligari lo fa in modo originale, puntando sull’ambiguità, seguendo forse le orme di Orson Welles e del suo Quarto Potere. Decide volontariamente di lasciare la scelta allo spettatore. Per cui, i veri detective, i veri codificatori di questo enigma diventano gli spettatori: il film continuerà anche nel reale oppure esaurirà il suo campo d’azione nell’atto artistico? Questa è la domanda da un milione di dollari. L’arte ed il cinema, come in questo caso, divengono portentose macchinazioni della riflessione e della sensibilizzazione umana. Sta a tutti noi darne corpo. Le cose possono diventare possibili solo se iniziamo ad avvertire il bisogno di nutrirci delle corde e del colore più intenso dell’animo umano. Bisogna sensibilizzarsi verso il mondo. Ed è questo che ci insegna questo film. Spiega che tutti possono salvarsi. Lo dimostra quasi con un’agnizione, un’epifania inaspettata il fucile a canne mozze vuoto sul finale, senza proiettili, di Cesare. Un fucile finto, non vero, come quella pistola che la compagna di Vittorio, Linda, interpretata pazzescamente da Roberta Mattei, custodisce dapprima nella borsa e poi sino a casa. Linda è proprio la salvezza di Vittorio, con il suo amore. La donna che assurge ad una funzione salvifica dunque. E non solo. Lo è l’amore nell’amicizia e l’amicizia nell’amore. Ma lo è anche il lavoro, inteso come forma più elevata di libertà e di riconoscimento della propria umanità, seguendo quasi un’impronta evangelica. Incredibilmente non per Cesare. Né l’amore della donna, né l’amicizia, né il lavoro. Lo diventa sicuramente la genuinità infantile della nipotina, che raggiunge come un angelo in paradiso dopo essersi purificato dalle colpe strazianti ed ingiustificate della società, di cui se ne carica i peccati come un Cristo ignorato. Proprio quella società che tutti continuiamo ad alimentare. Sarà così? Sarà realmente così? A questo dovrà darne risposta lo spettatore-lettore. Una cosa è sicura in “Non essere cattivo”: nessuno è condannato, c’è speranza per tutti. Tutti noi possiamo aiutare e tutti possono, anzi, DEVONO, essere aiutati. Soprattutto in un tempo come il nostro, dove si sente particolarmente la mancanza di vicinanza da parte delle istituzioni. Ricordiamoci che in primis esistiamo noi: la società civile. Ed è proprio la società civile che deve attuare integrazione sociale, l’inserimento di tutti quei disagiati come Cesare e Vittorio, prendere dentro di sé il messaggio che il buon cinema ci trasmette e attualizzarlo, concretizzarlo nel reale. Non perdiamo la speranza, pensiamo al figlio di Cesare: ognuno deve credere di salvare chiunque ed offrire al mondo una strada per il cambiamento. Questo ispira il Cinema.

Di Saverio Rizwikt

6.12.2015
 

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