Recensione Gentile: Uno per Tutti

Cosa può succedere quando una persona pretende che i rapporti personali vengano anteposti alla giustizia? Questo é ciò che accade in “Uno per tutti” di Mimmo Calopresti. Tre amici sono separati da anni e si ricongiungono per caso: Teo, figlio di Gil, aggredisce un coetaneo con un coltello in una rissa fra ragazzi e lo riduce in fin di vita. L’interprete di Anime Nere, Fabrizio Ferracane, nelle vesti di Gil, è un imprenditore dagli affari poco trasparenti. Per evitare la condanna del figlio, pretende quasi che Vinz (Giorgio Panariello) e Saro (Thomas Trabacchi), il primo poliziotto ed il secondo Medico, collaborino con lui, in nome del loro passato. Ferracane non interpreta però un nuovo Abramo: questo padre, infatti, non sacrifica Isacco per un principio più grande. Nel racconto vediamo affiorare vecchi ricordi, esperienze e giuramenti di fedeltà fatti nell’infanzia. Persino Vinz, che si ritrova ad investigare sull’accaduto, tentenna. Non sa rinunciare a quei rapporti personali ancorati a patti tanto vincolanti, anche davanti alla legge. Ma una morale discutibile sarà sempre l’anello debole di una catena più grande, ed il il regista de “La parola amore esiste” lo dimostra efficacemente. Nessun sistema condizionante può essere affidabile: Teo sarà arrestato per omicidio e smetterà di sentirsi il figlio giustificato dall’atteggiamento paterno, assumendosi la responsabilità delle proprie colpe. Inizia così ad essere, nello stesso tempo, Isacco e Abramo. Si sacrifica nel Nome del Padre, come suggerirebbe lo psicologo francese Lacan. Morale della favola? Riflettere sulle proprie responsabilità. La visione di base è ottimistica. Forse però la sceneggiatura adottata, basata sull’omonimo Romanzo di Gaetano Savatteri, e la scelta registica, non riescono a trovare la scintilla giusta, quella polvere magica che permetta ad “Uno per tutti” un autentico volo di Peter Pan. Anche nella realtà sarà così? Oppure la nostra società tende a schiacciare persone come se si trattasse di insetti, scavalcando qualsiasi morale umanitaria pur di riuscire a giustificarsi con la legge? Forse aveva ragione Fitzgerald nel suo Grande Gatsby. Calopresti non analizza la realtà a 360°, preferisce seguire un’idea riconducibile a soggetti sociali limitati. Ma nel complesso l’essere umano sopprime cose e persone per poi ritirarsi nel proprio denaro. Il mondo cambia e continua a cambiare, ma non si evolve. Dov’è la vera evoluzione, se persino i primi ominidi, energumeni pieni di pelo, erano accumunuati da spirito comunitario e di rispetto universale già migliaia di anni indietro rispetto a noi? Noi che ci definiamo umani ma che adoriamo scannarci come se non fossimo un’unica specie. Loro erano nel futuro. Ma il mondo che insceniamo? Lo è pure? A cosa serve lo sviluppo se produce armi, guerre, razzie, discriminazioni, odio, violenza? Se torniamo sempre più indietro nella scala dei valori umani? Siamo come Gil? Siamo Come Teo? Siamo come Vinz e Saro? Probabilmente siamo semplicemente sommersi da un immenso oceano di odio e angoscia, una gigante bocca d’egoismo e noncuranza che non si sfama mai. Lo dimostrano le differenze sociali. Lo dimostrano le ingiustizie. Lo dimostra ogni singola persona, nei piccoli atti di indifferenza e menefreghismo, nella banalità e nella superficialità delle piccole cose, quotidianamente.

Di Saverio Rizwikt

6.12.2015
 

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