Recensione Gentile: Iqbal

Animazione non comune. Colori intensi. Sceneggiatura e regia costruite con semplicità e maestria. Colonne sonore perfettamente conformi al testo. L’unica parola possibile per descrivere il lungometraggio d’animazione “Iqbal, bambini senza paura” di Michel Futzellier e Babak Payami, è “CAPOLAVORO”. Iqbal é un ragazzino Pakistano che vive nell’estrema povertà, solo con la madre ed il fratello. In famiglia non hanno nemmeno i soldi per comprare le medicine che il dottore ordina al fratello di Iqbal, Aziz, malato di bronchite. Per acquistare le medicine, il piccolo protagonista si dirige in città a vendere la sua unica capra e ricavarne profitto. Qui inizierà purtroppo la sua drammatica avventura: ingannato e venduto come schiavo, sarà barattato dai membri di un sistema a delinquere che gestisce lo sfruttamento minorile, prima per tessere tappeti pregiati e poi per lavorare in miniera. Iqbal è però un bambino coraggioso e intelligente: alla fine riuscirà a sgominare tutto l’apparato criminale che l’ha reso schiavo e a liberare i suoi amici. Guardare un film d’animazione del genere potrebbe farci credere che la schiavitù sia una condizione superata. Ma non è affatto così. Michel Futzellier e Babak Payami lo dimostrano in modo preciso con una scelta artistica davvero commovente. Ecco le immagini sul finale: una sala conferenze piena di gente con addosso un sacco di gioielli e di oro luccicante. È la cerimonia mondiale contro lo sfruttamento minorile presenziata dai personaggi più illustri del mondo politico e sociale. Ci sono tutti. Persino i capi di Stato. Persino un ricco inglese che aveva provato a comprare i tappeti pregiatissimi ricamati da Iqbal per quattro soldi. A parlare sarà proprio il bambino del Pakistan. In sala tutti credono che ci sia un ragazzino cui è stato affidato un discorso già scritto, probabilmente trito e ritrito. Inizialmente legge a stento. Poi si ferma. Osserva l’oro degli orecchini, le pellicce, gli anelli. Comprende in un istante che quelle persone sono la benzina di una macchina schiaccia tutto, i fomentatori di un mercato globale che riduce al minimo i costi di produzione dei beni per aumentarne i profitti economici, capisce che sta parlando al mondo che ha creato la sua schiavitù. Ma Iqbal non é una macchina. È un ragazzino sveglio, audace, ma è soprattutto un sognatore. Ecco allora che getta il foglio e parla guardandoli negli occhi. Inizia il discorso di un piccolo uomo sognante, che crede in un mondo futuro senza schiavitù e sfruttamento. Senza brama di denaro e sete di potere. Un mondo fatto di sognatori come lui. Tutti noi dobbiamo poter sognare, la mancanza di sogni uccide il mondo. A volte dovremmo tornare tutti un po’ bambini e riacquisire quella sensibilità, quello spirito di curiosità per evitare realtà raccapriccianti. E queste sono realtà piuttosto diffuse. La schiavitù non è sola quella dei bambini. La schiavitù è anche di tutti quelli che non s’interessano, che si fanno manovrare, la schiavitù è quando si parla di democrazia ma si agisce con la dittatura, schiavitù è anche la nostra. Siamo continuamente schiavi di un sistema che alimentiamo senza rendercene conto. Abbassiamo sempre la testa a tutto. Sottostiamo, nessuno reclama e tutto tace. Ci anestetizziamo per non ribellarci. Non occupiamo i cinema, i teatri, le piazze. Occupiamo una sedia, o forse due, davanti ad un monitor. Per ore ed ore. Forse nemmeno ce li poniamo i problemi sul circolo vizioso che si nutre come un parassita alle nostre spalle. Allora? Bisogna iniziare a lottare, come Iqbal, iniziare a tornare bambini. Fantastichiamo. Sopprimere il bambino che c’è in noi significa alimentare il mondo che ha smesso di sognare, quello della gente dura, insensibile e pessimista che blocca il processo verso un mondo migliore. Il futuro lo decidiamo insieme.

Saverio Rizwikt ( Saverio Rizzo )

9.12.2015
 

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