Recensione Gentile: Il professor Cenerentolo: una divertente Pieraccionata.

Se pensate di trovarvi davanti il Leonardo Pieraccioni di Ti amo in tutte le lingue del mondo, vi sbagliate. Il regista Toscano questa volta innesca rapporti complicati. Ricopre un po’ la figura di un padre assente ed un po’ quella di un detenuto in cerca di tresche amorose. “Il professor Cenerentolo” non è di certo il prodotto romantico che ci si può aspettare. Puntualizziamolo subito: il film è molto divertente perché fa passare un’ora e mezza in allegria a ridere di gusto. Il buon Leonardo ci mette veramente tanto del suo. Cura la regia, partecipa alla sceneggiatura, compone persino le musiche. Forse osa un tantino di troppo con le circostanze comiche e cabarettistiche, che dominano in sostanza per tutto il film. Anzi, forse più che a circostanze, dà vita a stanze da circo. Per questo diventa una Pieraccionata. I temi di base vengono completamente persi di vista. La comicità è troppo irriverente, forzata. “Il professor Cenerentolo” diventa così un’operetta senza troppo impegno. Indubbiamente è il film giusto per liberare la mente dai cattivi pensieri, ma non è certamente un capolavoro. Tanto per intenderci, Professore è il nomignolo di Umberto Massaciuccoli, ingegnere arrestato dopo aver tentato una rapina in banca per rimediare al fallimento della sua impresa. È divorziato. Sta scontando la sua pena in carcere, e lo fa lavorando in biblioteca con Arnaldino, un nano con tendenze da showman. Ma non è quel carcere che pensiamo noi. Si tratta di una sorta di circo invaso da Clown di tutti i tipi: gente schizofrenica, rapinatori e mafiosi siciliani che si trasformano in animatori di un parco divertimenti sotto gli occhi vispi delle guardie. Il professore gira persino un filmato sulle condizioni dei detenuti. E per l’appunto, è durante la proiezione del suo video che conosce Morgana. Bella, bionda, con gli occhi azzurri. Un’autentica donna angelica. Ma Morgana per Umberto non rappresenta esattamente la Beatrice della Divina Commedia. Il nostro Professore non vede l’ora di sfilarle, con grazia Dantesca e polvere di fata, le sottovesti. Grazie alla figlia del direttore carcerario evade prima il giorno e poi la sera, con l’obbligo “fiabesco” di rientrare prima della mezzanotte. Proprio in quella notte stellata, Umberto cerca nell’erotismo incatenante la magia di una fata Smemorina immaginaria, un incantesimo che faccia perdere i vestiti, piuttosto che procurarli. Bibidi bobidi bu! I sogni diventano realtà. Tutto si esaurisce nell’erotismo “en passant”. Proprio quella notte, l’affascinante donna dagli occhi di cielo racconta di avere una disabilità mentale del 25%. Chi non racconta tutto è Umberto, che non dice d’essere un detenuto. A mezzanotte precisa “Cenerentolo” scappa frettolosamente in carcere perdendo la scarpetta, la sua tessera identificativa, trovata da Morgana. Le sue bugie da Pinocchio gli si ritorceranno contro: la ragazza ingannata chiuderà la relazione. Da lì prendono avvio una serie di avventure e situazioni comiche per riconquistare la donna persa. Il regista di “Una moglie bellissima” e di “Il paradiso all’improvviso” mette in campo situazioni difficili, come quella delle carceri, dei padri assenti, o della disabilità, senza mai analizzarle accuratamente. I temi affrontati sono completamente oscurati dalle vicende comiche. Sono fuori pista. O forse al contrario. Le questioni prese in esame vanno fuori dal contesto comico. Qualche messaggio però trapela ugualmente : la disabilità non è esclusione, non è differenza, ma normalità. E con normalità va trattata. Anche se questo significa prendere dal collo un nano come se fosse un pupazzo per poi rinchiuderlo dentro un armadio. Anche se significa ricercare intrighi amorosi con una donna dal piccolo deficit celebrale come Morgana. Il Professor Cenerentolo ricorda a tratti il film francese “Quasi amici” di Olivier Nakache e Eric Toledano, ma non ha lo stesso spirito drammatico. Le forzature narrative non lasciano spazio di riflessione, trascinano lo spettatore in grosse risate che gli fanno perdere l’identità dei temi affrontati. L’idea di base è positiva, ma si dissolve come zucchero in un bicchiere d’acqua. E’ innegabile la bravura degli attori. Flavio Insigne interpreta a modo il ruolo del direttore carcerario, Laura Chiatti e Davide Marotta calzano a pennello nelle parti di Morgana e Arnaldino, e lo stesso Pieraccioni riesce ad alzare il livello di una sceneggiatura non eccezionale con le sue doti recitative. Le colonne sonore sono qualitativamente scarse, ma comunque attinenti allo svolgimento filmico messo in piedi. La fotografia è abbastanza buona: i tagli delle scene e le inquadrature sono ben inseriti nell’ambiente congegnato. La resa del film nel complesso è positiva. Insomma, Pieraccioni non realizza sicuramente un’opera d’arte, però riesce a creare una spassosa commedia che difficilmente fa togliere allo spettatore gli occhi dallo schermo.

12.12.2015
 

Commenti chiusi.