Recensione Gentile: Belle e Sebastien

Belle e Sebastien – un’avventura deludente

I cani sono i migliori amici dell’uomo, e lo si sa da molto tempo. Peccato che nel sequel di Belle e Sébastien l’amicizia tra il bambino di montagna e il suo grosso cane bianco non sia più al centro della narrazione. Il secondo film tratto dai racconti di Cecil Aubry viene svuotato del suo contenuto iniziale. Belle, il noto cagnone bianco come la neve, questa volta sembra un robot pronto all’azione, nulla di più. Christian Duguay alla regia preferisce soffermarsi su un tema trito e ritrito: il rapporto tra padre e figlio. Siamo poco dopo la seconda guerra mondiale. Angelina (Margaux Chatellier), figlia di César (Tchéky Karyo) viene data per morta in un incidente aereo: l’impatto fa divampare un grande incendio nella foresta che non permette di recuperare i corpi delle vittime. Sébastien (Felix Bossuet) e il suo nonno adottivo César, non convinti della morte della ragazza, chiederanno a Pierre (Thierry Neuvic), pilota di un vecchio aereo, di sorvolare sul luogo dell’impatto. Durante l’avventura che porterà i protagonisti al ritrovamento di Angelina, Pierre scoprirà di essere il padre di Sebastien. Il film è ricco di colori e di un’ambientazione ben costruita, ma non riesce a far coincidere la descrizione delle immagini con l’intreccio del plot. È inspiegabile, ad esempio, come Angelina possa sopravvivere per giorni in una grotta senza acqua e cibo! E Pierre? Riesce a cavarsela da un’esplosione che lo colpisce in pieno e lo scaraventa giù dalla cima di una montagna. Da questo punto di vista Duguay è un disastro. Sembra un uomo caduto dalle stelle. Ma non è tutto da buttare. Pur trattando un tema piuttosto comune come quello del rapporto fra un padre non accettato ed un figlio non riconosciuto, il regista canadese riesce ad esaminare in modo efficace l’evoluzione dei conflitti interiori. Pierre non sa di stare con il proprio figlio, e si comporta da duro, fa la parte dello sgarbato. D’un tratto però, come accade nelle fiabe, quando nessuno se l’aspetta, e proprio nel momento meno indicato, Sébastien si sfoga e rivela la sua identità. In quell’istante Pierre si scioglie come ghiaccio al sole, inizia una catarsi fatta di commozione, sensi di colpa e scrupoli di coscienza. Tuonano come fulmini a ciel sereno i ricordi e le responsabilità paterne. Per qualsiasi uomo sulla terra sarebbe così. Il figlio però non lo riconosce ancora come padre, nonostante Pierre abbia raccontato tutti gli avvenimenti antecedenti alla morte della gitana Elisa, madre del piccolo. Il passato non ha più importanza per un bambino rimasto orfano per circa dieci anni. Il sottile filo con cui Duguay riesce a spiegare tutto è da ammirare: Sébastien sa sin dall’inizio che Pierre è suo padre, ma tace quasi per tutta la traversata montana. Non è una scelta casuale, lo desidera inconsciamente, come se in fondo volesse procurargli sofferenza. Il viaggio di Pierre non è una semplice missione, rappresenta il viaggio di un padre in purgatorio. È un’anima indotta a liberarsi della colpa di aver abbandonato il figlio che ha messo al mondo. L’analisi del rapporto padre e figlio assume forti caratteri introspettivi e di tipo psicologico. Il complesso paterno viene risolto solo quando Pierre si mostra realmente padre, non a parole, ma donando la vita per il proprio figlio. Angelina è stata ritrovata in una grotta non molto lontana dal luogo dell’incidente. Il fumo e le fiamme impediscono la fuga, tutti i presenti stanno per soffocare. Si corre, inizia ad intravedersi un’altra via d’uscita. Pierre copre le spalle al figlio e dopo una forte esplosione sopravvive miracolosamente (forse anche troppo) . Sébastien lo chiama “papà”, da adesso lo riconoscerà come tale. Il messaggio è chiaro: i bambini non hanno bisogno di padri biologici, ma di papà veri, che dimostrino con le azioni la paternità di cui si fanno carico.

Saverio Rizwikt (Saverio Rizzo)

2.1.2016
 

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