Recensione Gentile: Natale col Boss

Un panettone con il Boss

Se ancora non avete assaggiato il panettone cinematografico offerto dalla Film Mauro e dai vecchi lupi dei grandi schermi Aurelio De Laurentis e figlio, questa è l’occasione giusta. La magia del natale si spegne come un fiammifero in mezzo al polo nord davanti all’ammucchiata selvaggia del cine panettone. Sì, perché gli interpreti di Un natale col boss sembrano i protagonisti di una gangbang, di un porno istantaneo celebrato con cadenze orgiastiche: ammassati senza ritegno in una sterminata oasi di pagliacciate. La pornografia cinematografica prende piede in un’insensata commedia, lontana anni luce da qualsiasi logica realistica o verosimile. Persino le prevedibili caricature dei personaggi e i nuovi tentativi parodistici sfociano nell’osceno. La scelta di sovraccaricare il film di scene dal gran ridere produce una perdita della direzione narrativa, annullando qualsiasi significato artistico del film. Volfango De Biasi alla regia sembra partorire quasi una nuova forma di “cinema dell’assurdo” basato sul non senso. Le cornici destinate ad un racconto interessante della realtà camorristica, sono continuamente manomesse da demenziali equivoci tra i personaggi, e la sceneggiatura sembra quella di un film scritto con persone trovate a caso per strada, o forse durante lo spettacolo di un circo. De Biasi vuol mostrare nuove tecniche d’arte circense per celebrare il natale in compagnia dei suoi acrobati. Peccato che la sua operetta da strapazzo non abbia proprio nulla a che fare nemmeno con il clima natalizio. Casa di produzione dalle grandi risorse economiche, solito prodotto da consumo di massa. L’arte del cinema diventa come il sesso sadomaso tra un ciccione di 180 kg e una escort d’alto borgo: da consumare il più in fretta possibile. Due ridicoli poliziotti (Paolo Ruffini e Francesco Mandelli) scattano delle foto al boss della camorra “Scavafosse”, in fragranza di reato. Il boss, informato del pedinamento da un capo di polizia corrotto, scappa e cambia identità per sempre: rapisce due chirurghi (Lillo e Greg) e chiede una faccia come quella di Leonardo di Caprio. Purtroppo un fraintendimento lo fa diventare il nuovo Peppino di Capri. I chirurghi se la danno a gambe prima di rimetterci le penne, mentre i due poliziotti, nuovi “soliti idioti”, proseguono la caccia al latitante. Il film si trasforma in un poliziesco e in un giallo bislacco. Semplicemente da strapparsi i capelli. Le colonne sonore sono limitate all’aspetto descrittivo, oppure all’esaltazione della risata, ma mancano totalmente del carattere evocativo che la buona musica dovrebbe trasmettere. Non c’è cosa che non venga esagerata: ambientazione, suoni, colori, quadri scenici, ritmo di svolgimento, comicità. Pur non svalutando la qualità recitativa di alcuni noti umoristi come Lillo e Greg o Francesco Mandelli, che riescono a mantenere abbastanza alto il livello di teatralità , Un natale col boss è un film completamente privo di contenuti. L’unico obiettivo diventa far ridere lo spettatore, in qualunque modo possibile. Anche se questo significa perdere un buon pretesto per affrontare in modo parodico una realtà molto difficile: quella di un territorio sfruttato dalla camorra. Più volte ricorre il furtivo tentativo di denunciare in modo burlesco un problema universalmente noto come quello della malavita, ma come si suole dire: “il lume non vale la candela”. Tra le poche note positive emerge questa scena: Leo e Cosimo, i due poliziotti, giungono nel quartier generale della camorra per incontrare un buffo informatore segreto. La videocamera scruta tutto il paesaggio; ci sono palazzine abbandonate, una miriade di quartieri malfamati, ragazzini e camorristi con armi per strada. Esattamente come se il suolo pubblico fosse il feudo di un qualche signore. Su un muro si nota chiaramente – e non viene inquadrata per caso – anche una scritta che recita: “Ciro ti amo”. Il riferimento è a Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso a Roma prima di una partita di calcio. Quella scritta in quei luoghi, in quell’ambiente, completamente abbandonato dalle istituzioni, è la strumentalizzazione di una vita umana. Il punto di forza delle mafie è proprio questo: fare leva sull’assenza dello Stato per rafforzare il concetto di “giustizia fai da te”. Ecco però che nel film si esaurisce tutto lì. Non viene più approfondito nulla, e si ritorna alle solite forzature. Ma chissà, forse è un piccolo cambio di rotta che potrebbe portare il classico cine panettone a rinnovarsi in modo più critico verso il reale, e magari perché no, con parodie caricaturali e un pizzico di surrealtà.

Saverio Rizwikt (Saverio Rizzo)

2.1.2016
 

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