Recensione Gentile: L’abbiamo fatta grossa

L'abbiamo fatta grossa

Soggetto: Saverio Rizwikt     Illustrazioni: Bislacchi

Di Saverio Rizwikt (Saverio Rizzo)

Un’elegante americanata

Quando una film è in grado di far divertire e ridere con buffi equivoci, momenti comici farseschi, e fusioni narrative curiose, merita, senza dubbio, un plauso di incoraggiamento. La commedia italiana degli ultimi tempi, sotto i marchi delle grandi industrie di produzione e di distribuzione (in questo caso la FilmMauro), sembra aver preso parte a un processo di globalizzazione cinematografica devastante: L’abbiamo fatta grossa ne è un esempio lampante. Yuri Pelegatti (Antonio Albanese) è un attore di teatro dalla carriera non brillante, separato dalla moglie Carla (Clotilde Sabatino). Sospettoso dell’infedeltà della consorte, si rivolge, per farla pedinare, ad Arturo Merlino(Carlo Verdone), un insolito investigatore privato con la passione per la scrittura. Alla ricerca di prove, i due ruberanno per errore una valigetta con dentro un milione di euro. Da quel momento inizierà un’avventura che li vedrà coinvolti in situazioni difficili e cambierà per sempre le loro vite … Sotto mentite spoglie, Verdone costruisce, passo dopo passo, un racconto che sembra aver risentito non poco degli influssi culturali di Hollywood. Tutto è orchestrato per far assumere al film sembianze quanto mai più individuabili nel consumismo mondiale dell’industria cinematografica. Per questo, il regista e attore romano, ci regala, come il titolo sottolinea, un’elegante americanata. E l’utilizzo così dispregiativo del termine sta ad indicare il tentativo mal riuscito di riprodurre la realtà Hollywoodiana. L’abbiamo fatta grossa si trasforma in una vera e propria bandiera nazionale del cinema di puro uso e consumo. Forse una bandiera bianca. Sì, perché Verdone riesce a uniformarsi alle esigenze sociali del mercato globale, ma finisce per creare un modello tutto italiano di cinema commerciale. Anche se l’era della modernità rischia l’estinzione, il cinema necessita di nuove sperimentazioni che possano coniugare il “made in Italy” al fenomeno, non del tutto negativo, della globalizzazione. E non di un cinema ossessionato dal botteghino, che tralascia qualsiasi esigenza intima e profonda legata all’autore. Il lungometraggio Verdoniano appartiene decisamente al secondo gruppo. Si tratta di un noir condito con un pizzico di surrealismo visivo, un racconto per ragazzi cresciuti, un po’ grottesco e un po’ serio, un po’ divertente e un po’ amaro. Le ambientazioni sono quelle tipicamente romane, mentre i costumi sono riconducibili al genere extranazionale dello spionaggio e della spy story. Le colonne sonore di Andrea Farri sembrano le musichette di una caccia al tesoro per i bimbi del nido: catturano l’attenzione dell’udito con sonorità troppo asciutte. Un ruolo primario lo assume invece la fotografia di Arnaldo Catinari. Il lato emotivo della realtà, grazie all’utilizzo della luce, prevale chiaramente su quello oggettivo, conferendo allo svolgimento di scena un carattere favolistico. Poi l’aspetto recitativo e quello linguistico. Incominciando da Antonio Albanese. L’ex Cetto La Qualunque, con un’interpretazione degna di nota, riesce a scrollarsi di dosso lo stereotipo di uomo del Sud creato in Qualunquemente. Non più dunque il famoso oratore del “chiu pilu pe tutti”, caricato all’ennesima potenza di un dialetto meridionale. Ma un uomo comune, con accenti prettamente settentrionali e una recitazione pacata. Allo stesso modo Verdone, che mantiene però le tipiche cadenze romane. Ma in genere, tutti gli attori seguono un unico filo conduttore: una recitazione caratteristica sì, ma abbastanza naturale, senza troppe esagerazioni. La sceneggiatura, infine, è ben comprensibile, molto sciolta e a carattere quasi interamente popolare. Ricca di verve comica e dotata di un’ammirevole esposizione del linguaggio quotidiano, ricorda inesorabilmente la chiacchierata settimanale del mercato in piazza. La trasformazione operata sul nuovo film, parola di Carlo Verdone, pare aver tratto ispirazione dalle commedie di Woody Allen. Altro che Francesco Amadori …! A voi il giudizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.2.2016
 

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