Recensione Gentile: Captain America Civil War

Di Saverio Rizwikt (Saverio Rizwikt)

C’era una volta, in una desolata landa di brutture cinematografiche, un triste, anzi tristissimo film di nome Captain America: Civil War. Il piccolo Cap, così come era solito farsi chiamare nel rigoglioso mondo dei cinecomics, proveniva da una delle più potenti e ricche famiglie del tempo: la Marvel – Disney. Cap era un film senza finezza, senza amabilità e senza alcuna virtù. Un vero svergognato, sgradevole e odioso. E non aveva di certo alcun problema o timore di dimostrarlo alla gente. Il pubblico non lo spaventava. Infatti, sapeva benissimo che a salvargli la reputazione erano sufficienti il suo nome e quello della sua famiglia. Il suo apparire precedeva di gran lunga il suo essere. Con la sua prima uscita nei cinema iniziò a far conoscere i lati peggiori di sé e a rendere noto il suo intento al grande pubblico: fare botteghino e porre le basi per un futuro sequel. Magari in grado di raddoppiare gli incassi. Aldilà di questo, Captain America: Civil War non si curava di null’altro. E per fortuna che a salvare Cap dalla deriva più totale c’erano i significati lasciati in eredità dai fumetti di Mark Miller! Cap portava con sé dei buoni propositi: l’essere umano può considerare le proprie azioni giuste e assecondare scelte personali in base a principi etici e morali uguali per tutti. Anche se si tratta di andare contro la legge. Attenzione! Qui la storia s’interrompe. Per continuare proseguire sotto!

Nota di approfondimento. Vi siete mai chiesti se l’agire nel giusto corrisponda sempre all’agire secondo la legge? Gran Torino di Clint Eastwood aveva provato a darne risposta. A volte la cosa più giusta da fare potrebbe sembrare la più sbagliata, secondo la legge. Così come, secondo la legge, sono sbagliati gli atteggiamenti di Captain America e giusti quelli di Iron Man. Dopo le numerose morti di innocenti nelle guerre per difendere la razza umana, il team degli Avengers si trova davanti a una scelta difficile: smettere di essere indipendente e agire secondo gli ordini impartiti dagli Stati sovrani. I vendicatori però si dividono in due fazioni: da una parte il team capeggiato da Captain America, dall’altro quello capeggiato da Iron Man. Il primo vuole farsi carico della responsabilità individuale che un agire in maniera eroica comporta. E cioè operare nel rispetto universale della persona umana, anche aldilà della legge. Sostiene quindi l’indipendenza dagli Stati. Il secondo ritiene invece di affidare la responsabilità di salvaguardare le vite umane nelle mani degli Stati sovrani. La scelta di Captain America asseconda quasi una morale Kantiana. La scelta di Iron Man svuota i superuomini del loro essere eroi per rispettare la giustizia dettata dalla legge. Iron Man è disposto a rinunciare a qualsiasi comportamento etico e morale giusto pur di osservare la legge. Quale sarà la vera giustizia? Quella della legge o quella della morale? A voi le risposte!

Continuiamo da dove eravamo rimasti. I buoni propositi però non bastavano a purificare l’animo di Cap! Il suo modo di ragionare era un disastro. Credeva fortemente che quando si godeva di un’alta reputazione sociale come la sua, non era importante fare le cose per bene.

  • Il nome precede sempre tutto! – diceva fiero.

La sua sceneggiatura era un vero disastro: dialoghi banali, approssimativi e molto confusi. La Fotografia invece era buona nei tagli sulle inquadrature, ma poco naturale per quanto riguarda la scelta dei colori. Il problema? L’errata gestione della luce, simile a quella di un film d’animazione. Fuori contesto. Le musiche tutto facevano tranne che evocare sentimenti e belle sensazioni. La regia era un fallimento assoluto. Le interpretazioni degli attori facevano ridere i polli. Già, perché tra galli e galline, il pollaio di Captain America: Civil War era parecchio grande. Per non parlare dell’andamento della messa in scena … sembrava aver perso la bussola! Il pericolo della parodia era alle porte. Dentro di Cap, iniziarono presto a ribellarsi alla logica del cattivo gusto alcune delle sue componenti interiori essenziali. Così, la sceneggiatura per prima, molto arrabbiata per il modo in cui Christopher Markus e Stephen McFeely l’avevano trattata, esclamò:

  • Le mie conversazioni sono sempre dispersive e sembra quasi che non riescano mai a fare il punto della situazione! Che nervi!

E aveva ragione. Poi incominciò a lamentarsi anche la fotografia, per come Trent Opaloch l’aveva concepita:

  • Le zone d’ombra non sono adeguatamente contrapposte a quelle della luce. Mi sembra quasi di dover fare un film per bambini. Non si tratta mica di fare SpongeBob: Fuori dall’acqua!

Non aveva tutti i torti. Quelle immagini così accese potevano essere paragonate ad un incendio appiccato nel bel mezzo di un’estate alle Bahamas. E infine la regia, stanca della superficialità con cui Anthony e Joe Russo l’avevano diretta, urlò con forza:

  • Non ne posso più di questa continua ossessione verso i soldi e il botteghino! La conduzione del film è priva di qualsiasi senso artistico. Il racconto d’immagini è slegato. L’alternanza tra le scene destinate all’argomentazione della storia e quelle rivolte all’azione scenica non ha una valida continuità narrativa!

Con il duro abbandono della regia, che rappresentava il cuore di Cap, il film morì esanime sul suolo dell’arte. Da quel giorno ne fu decretato il fallimento ufficiale. Questa storia ci insegna che la vera nobiltà è quella d’animo. Captain America: Civil War, di bello aveva solo la reputazione. Ma come tutti sappiamo: l’apparenza inganna. La reputazione non è tutto. Non dimentichiamolo.

9.5.2016
 

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